21 Novembre 2025
Poco dopo mezzanotte e trenta minuti del 21 febbraio 2014, un Boeing 777-200ER di Malaysia Airlines decolla dall’aeroporto di Kuala Lumpur. È diretto a Pechino, a bordo ci sono 200 persone, ai comandi c’è Zaharie Ahmad Shah - uno dei veterani della compagnia asiatica - e il codice del volo è MH370. L’aereo atterra regolarmente nella capitale cinese dopo aver coperto 4.400 chilometri di distanza. I passeggeri proseguono con le loro esistenze. Il comandante Shah rientra nel suo Paese, all’interno di un residence famoso, il tardo pomeriggio del giorno successivo. Poco più di due settimane prima, Shah ha però previsto un diverso finale per quel viaggio. Seduto davanti al simulatore di volo, installato a casa, il comandante ha inserito al computer la data della rotta, il 21 febbraio 2014. Ma subito dopo il decollo ha fatto virare il velivolo a sinistra, poi a destra dopo alcuni minuti, quindi di nuovo a sinistra per concludere il suo tragitto nella parte meridionale dell’Oceano Indiano. Una zona priva di aeroporti e tra le più remote del mondo. Shah ha provato quanto lontano poteva arrivare. Quella «simulazione» - assieme un’altra effettuata il 2 febbraio sempre verso l’oceano - l’ha cancellata dal pc il 20 febbraio, il giorno prima del volo MH370 poi atterrato senza problemi. Chissà se per liberare spazio nella «memoria» fissa del computer o per nascondere qualcosa. Ma è un aspetto che a un certo punto diventerà cruciale in questa storia.
L’inizio
L’8 marzo 2014, Shah è ai comandi di un altro volo Kuala Lumpur-Pechino, sempre MH370 e sempre su un Boeing 777-200ER. Stavolta l’aereo non si fa vedere nella metropoli cinese. Svanisce nel nulla con 239 persone a bordo e senza lanciare alcun allarme. Dieci anni dopo - e con diverse missioni di ricerca e centinaia di milioni di dollari spesi - la sorte di quel velivolo resta il più grande mistero dell’aviazione commerciale. La fusoliera non è stata trovata. Le «scatole nere» nemmeno. Nessuno sta cercando ormai da sei anni. Mentre un rapporto d’inchiesta finale di conclusivo non ha nulla. Lasciando così spazio alle spiegazioni più fantasiose: dal jet dirottato da remoto dai servizi segreti americani o russi al buco nero, dal rapimento degli alieni a un dirottamento verso una base militare nel deserto dell’Asia centrale. Però il materiale recuperato dal simulatore di volo di Zaharie Ahmad Shah, la conoscenza dettagliata del Boeing da parte del comandante e la rotta finale «ricostruita» attraverso i satelliti portano decine di esperti coinvolti nelle indagini a puntare il dito contro l’uomo: è lui che ha manovrato il velivolo fino alla fine - concordano dietro le quinte -, è lui che ha ucciso tutti quelli che erano a bordo e se stesso. Il perché non è noto. «Ci sono troppe coincidenze, troppi elementi di questa storia che si incastrano quasi perfettamente e che, tutti assieme, rendono quasi impossibile trovare l’aereo», spiega al Corriere chi ha lavorato alle indagini e non ha smesso di farlo, anche se ora informalmente. «Tutto questo non può essere un caso, qualcuno ha pianificato nel minimo dettaglio ogni cosa». Per questo c’è chi ritiene che il volo del 21 febbraio in realtà potrebbe essere stato quello da dirottare. Per qualche motivo il pilota potrebbe averci ripensato.
I preparativi
Nella tarda serata del 7 marzo 2014, il comandante Zaharie Ahmad Shah - 53 anni, sposato con tre figli, due case, 18.423 ore di volo alle spalle - e il primo ufficiale Fariq Abdul Hamid - 27 anni, single, 2.813 ore ai comandi -, si vedono in una delle sale di Malaysia Airlines, allo scalo di Kuala Lumpur. Insieme, come da prassi, esaminano il piano di volo previsto per la rotta dell’MH370 per Pechino con partenza verso le 00.35. Hamid è un pò teso ed emozionato. Non solo perché viaggerà con una «celebrità» come Shah, ma anche perché proprio il comandante dovrà valutare le sue prestazioni per quella che è la sua ultima «verifica» sul Boeing 777 propedeutica al «cambio macchina“: Hamid arriva dall’Airbus A330 e dopo quel viaggio potrà passare a pilotare i Boeing. Quando si siedono in cabina, Shah fa caricare 49.100 chili di cherosene che, uniti a quelli rimasti nei serbatoi, garantiscono al velivolo un’autonomia di 7 ore e 51 minuti, a fronte di un viaggio per la capitale cinese di 5 ore e 34 minuti. Dietro di loro, la fase d’imbarco si sta concludendo grazie all’aiuto di dieci assistenti di volo. Dieci passeggeri siedono in classe Business, 217 in Economy.
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